“Nella mia società utopica la solidarietà umana non sarebbe considerata come qualcosa di cui ci si deve rendere conto liberandosi dei “pregiudizi” o scavando in profondità nascoste, ma come obiettivo da raggiungere. E non con la ricerca, ma con l’immaginazione: riuscendo, grazie all’immaginazione, a vedere gli individui diversi da noi come nostri simili nel dolore. La solidarietà non la si scopre con la riflessione: la si crea. La si crea diventando più sensibili alla particolare sofferenza e umiliazione subita da altre persone sconosciute. Con una sensibilità così accresciuta diventa più difficile disinteressarsi degli individui diversi da noi pensando che “non la patiscono come la patiremmo noi” o che “un po’ di sofferenza dovrà sempre esserci, però lasciamo che siano loro a soffrire”.
La strada per arrivare a considerare gli altri esseri umani come “dei nostri” invece che come “loro” consiste nel ridescrivere noi stessi. Questo non è compito della teoria, ma degli altri generi letterari come l’etnografia, il reportage giornalistico, il fumetto, il teatro-verità e soprattutto il romanzo…”.
Richard Rorty, da “La filosofia dopo la filosofia” (Contingency, irony and solidarity”, 1989).